----------------------- Ad un passo da Michele Senese. Intervista ad Alfredo Di Giovampaolo. | Notte Criminale

Ad un passo da Michele Senese. Intervista ad Alfredo Di Giovampaolo.


di Alessandro Ambrosini 

 Alfredo Di Giovampaolo, giornalista d’inchiesta lavora in Rai, al Tgr Lazio. Da anni cerca di affrontare argomenti spinosi mettendo in onda servizi sulla criminalità che infesta Roma e il Lazio in genere, ma che molte volte hanno valenza nazionale. 

Alfredo, a giorni ci sarà un’udienza fondamentale, che riguarda il processo a Michele Senese, detto o’pazzo, capo clan che ha imperversato a Roma. Tu hai seguito il processo, cosa ne pensi di questo personaggio? 

«Al di là di quello che penso io, sono gli atti del processo di primo grado - che si è concluso da poco - a descrivere bene lo spessore criminale di Michele Senese. Sia nelle 1500 pagine di richiesta di custodia cautelare della Dda di Roma, sia nella sentenza del Gup che lo ha condannato con il rito abbreviato a 17 anni di carcere per traffico di droga, è raccontata la carriera di un boss che - partito dal suo paese, Afragola, in provincia di Napoli - è arrivato a gestire importanti traffici nella Capitale, diventando uno dei punti di riferimento per i clan della camorra a Roma. 

Affiliato al clan Moccia, negli anni ’80 prende parte alla guerra che vede contrapposte la Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo e la Nuova Famiglia, un cartello fondato da Carmine Alfieri nel quale entrano a far parte i Moccia e quindi Senese. 

 Secondo i collaboratori di giustizia fu inviato a Roma per rintracciare e uccidere i cutoliani, anche se dall’accusa di aver assassinato Giuseppe Di Micco - a Scauri nel 1990 - è stato assolto. Così come è stato scagionato dall’accusa di associazione a delinquere di stampo mafioso (ex art. 416 bis), nonostante nella sentenza si legga che “diversi sono gli elementi in qualche modo riconducibili a prassi, condotte e costumi tipici delle associazioni camorristiche”. 

Ma Senese viene assolto perché “dagli atti acquisiti non sono emersi elementi da cui desumere la reiterata consumazione di reati di estorsione, rapine, omicidi, o altro da parte di una consolidata e strutturata organizzazione operativa sul territorio di Roma, nella quale si possa riconoscere a connotazione mafioso-camorristica”. E’ strano che la Procura di Roma non abbia impugnato la sentenza, ricorrendo in appello».  

Visti i fatti che succedono a Roma in questi mesi, pensi che il clan Senese sia solo un ricordo di cui tutti vogliono prenderne il posto o sia ancora una “famiglia vincente”? 

 «Senese è considerato un personaggio di spicco della malavita romana, al punto che in alcuni casi viene tirato in ballo per pacificare le opposte fazioni in lotta per il controllo del territorio, o dei mercati dello spaccio di droga. E’ accaduto nel 2007, quando Senese intervenne nello scontro che si era aperto a Ostia, sul litorale romano, tra il gruppo dei fratelli Vito e Vincenzo Triassi e quello che faceva capo a Roberto De Santis e Roberto Giordani. 

Quello che sta accadendo in questi giorni a Roma e dintorni potrebbe dipendere proprio dall’arresto di Senese e dal tentativo di prendere il suo posto da parte di altri gruppi. Ma è un’ipotesi che non mi convince troppo, perché in realtà Senese - finito agli arresti ospedalieri in una clinica di Roma, per seminfermità mentale - è nella condizioni di continuare a gestire i suoi affari e di continuare a dare ordini ai suoi uomini, senza alcun tipo di impedimento».

Sappiamo che sei riuscito ad entrare nella clinica psichiatrica dove è agli arresti domiciliari Michele Senese. Raccontaci come sei riuscito ad entrare. Come sei riuscito ad avvicinarti tanto ad uno dei boss più pericolosi ed influenti della Capitale.

«Non è stato per niente difficile. Insieme a una collega di Radio Popolare - che collabora anche con il settimanale Panorama - abbiamo deciso di verificare quali fossero le misure di sicurezza adottate nei confronti di un detenuto così importante, nella clinica in cui era stato ricoverato. Arriviamo davanti al pesante cancello di ferro della casa di cura una domenica mattina. 

Ci fermiamo convinti di rimanere fuori ma - sorpresa - senza neanche il bisogno di citofonare il cancello automatico si apre. Dopo tutto, pensiamo, è una struttura pubblica - convenzionata con l’Università di Tor Vergata - e nell’orario di visita i familiari dei pazienti possono entrare. 

Certi di trovare altri sbarramenti passiamo davanti alla reception: niente, neanche qui veniamo fermati. Arrivati al primo piano entriamo in reparto e giriamo indisturbati per i corridoi in cui si trovano le camere dei pazienti. Andiamo alla ricerca di una porta piantonata da un carabiniere o un poliziotto, ma non la troviamo. 

Allora proviamo a salire ancora, al secondo piano, dove si trova il reparto “solventi” quello delle camere a pagamento. 


Giriamo un po’ per i corridoi e a un certo punto abbiamo la netta sensazione di essere arrivati di fronte alla porta della camera di Senese. A quel punto, per rispetto nei confronti delle persone ricoverate nella clinica, ci fermiamo e proviamo a parlare con gli infermieri. Dopo esserci presentati come giornalisti, domandiamo se il boss è controllato, o se è libero di muoversi nella struttura e magari ricevere visite. “Ogni tanto vengono a controllare - ci hanno risposto - ma non c’è nessun piantone qui”.



Ci confermano anche che all’interno della clinica può girare tranquillamente, anche in giardino. A quel punto ne abbiamo abbastanza e torniamo sui nostri passi, verso l’uscita. Solo in quel momento, dopo aver scoperto la presenza di due giornalisti, scatta il panico nel personale della clinica e una dottoressa ordina la chiusura del cancello per impedirci di uscire. Arrivano i carabinieri e veniamo identificati. 

Chissà se la stessa procedura viene seguita per tutte le persone che entrano in quella casa di cura. Dopo mezz’ora riusciamo ad andare via». 

  Molti boss si sono sempre nascosti dietro la pazzia, Michele Senese non è la prima volta che ci prova. A Roma ci sono precedenti illustri di falsa follia come il Colafigli della Banda della Magliana. Secondo te è normale, che in un contesto come questo, Senese non abbia un piantone o non sia tenuto sotto stretto controllo? 

«Che Senese si sia finto infermo di mente più volte è scritto nella sentenza di primo grado. Del resto, il soprannome “O pazzo” gli deriva proprio dalla sua abilità nel procurarsi perizie mediche utili a evitare il carcere. Più volte è stato riconosciuto “non in grado di intendere e di volere”, ma in questo caso il Gip Luciano Imperiali - sulla base di perizie mediche, intercettazioni telefoniche e ambientali e dichiarazioni di pentiti - ha stabilito l’imputabilità di Senese. Gli stessi elementi, evidentemente, non hanno convinto il giudice del riesame che - dopo la condanna in primo grado - ha deciso di concedere gli arresti ospedalieri. Direi che non è affatto normale che questa forma di detenzione non preveda un controllo più serrato». 

 Che sensazione hai avuto quando sei dovuto uscire dalla clinica? 

 «Una sensazione che purtroppo provo spesso quando mi trovo a seguire vicende legate alla criminalità organizzata: quella di sentirmi dalla parte del torto, quella di essere considerato, io, un criminale. Alla fine, un boss del calibro si Senese può godere di certi benefici che gli consentono di evitare il carcere e un giornalista che tenta di raccontare questa storia viene bloccato, sequestrato e identificato. E’ un Paese un po’ strano questo...» 

Secondo te, un personaggio come Michele Senese, nel suo ricovero temporaneo riuscirebbe a controllare i movimenti dei suoi sodali all’esterno? Sempre ipotizzando che ci siano chiaramente. 

 «Il Gip, oltre a riconoscere l’imputabilità di Senese, nella sentenza ha scritto che tutti gli elementi raccolti hanno “evidenziato perfino una immutata capacità di direzione e coordinamento delle condotte di terzi”. Dopo aver visto in quali condizioni è detenuto, credo molto probabile che Senese abbia piena libertà di continuare a gestire i suoi affari e i suoi uomini».