----------------------- Affaire Orlandi, a Sant'Apollinare tra un boss sepolto e una spia che vuole seppellire | Notte Criminale

Affaire Orlandi, a Sant'Apollinare tra un boss sepolto e una spia che vuole seppellire

di Raffaella Notariale

Il tam tam è nato e cresciuto nel gruppo facebook: petizione.emanuela@libero.it - Gruppo ufficiale fondato da Pietro Orlandi. 

Mancavano le spie. Poi sono arrivate anche quelle. 

Sabato scorso, nella basilica di Sant’Apollinare, a Roma, si doveva tenere un concerto di musica gregoriana. L’hanno spostato nella vicina piazza Sant’Agostino per non farsi disturbare da un manipolo di svitati - me compresa - che, appresso a Pietro Orlandi e famiglia, è andato a manifestare davanti a quella basilica per reclamare la verità sulla sparizione di Emanuela, 15 anni, cittadina vaticana, sparita sotto una coltre di depistaggi il 22 giugno del 1983. E visto che si trovavano lì, quegli svitati hanno reclamato lo spostamento della salma di Enrico De Pedis.

Quel Renatino morto ammazzato prima dell’Operazione Colosseo, quindi prima che avessero luogo i processi contro la cosiddetta banda della Magliana, ma che i pentiti descrivono come il boss dei Testaccini, la frangia più pericolosa, ammanigliata e misteriosa (perché misteriose, a tutt’oggi, risultano alcune delle loro “gesta”) di quell’organizzazione che i magistrati hanno definito una holding del crimine. Il 21 gennaio 2012 c’è una manifestazione? Il concerto si sposta di 50 metri, ma si fa. 

Pensano ai fatti propri in Vaticano: lo spettacolo deve continuare. Le apparenze si devono salvaguardare. La cronaca ci racconta quotidianamente che molti presuli s’indignano. Per le coppie di fatto, gli aborti, i divorzi, i preservativi, la politica e via discorrendo. Ma non mi sembra di aver mai letto che si vergognano. Ometto le cose per le quali potrebbero e/o dovrebbero farlo. 

Troppo lungo. Ma una digressione è d’obbligo, visto che la manifestazione per Emanuela si svolge dinanzi alla basilica di Sant’Apollinare. Riguarda il cardinale Ugo Poletti, Vicario del Papa e presidente della C.E.I, la Conferenza Episcopale Italiana. 

Fu lui ad autorizzare la sepoltura (considerata irregolare dall’Antimafia e inquietante da me e da qualche altro milione di italiani) di Enrico De Pedis, detto Renatino, che riposa in pace proprio nella basilica di Sant’Apollinare. Fu Poletti ad accordarla consigliando di rimandarla, però, a un secondo momento e non di effettuarla nell’immediatezza della morte. In questo modo, suggerì il presule, si sarebbero evitati clamori. Oculato. E cinematografico, se mi posso permettere. Cinematografico come solo certi porporati sanno essere. 

Era una potenza vera, Poletti. Ed era anche amico di Enrico Nicoletti, plurinquisito e plurindagato, più volte definito “cassiere della banda della Magliana”, ma ha sempre smentito di aver avuto rapporti con “quelli là”, sor Enrico. 

Per dipingerne un ritratto occorrerebbero pagine e pagine, qui rammento solo Villa Osio, la tenuta che Nicoletti disse di aver pagato un miliardo e 400mila lire (secondo le stime, valeva almeno 4 volte di più) e che poi gli venne sequestrata. Il Comune di Roma l’ha destinata alla cultura trasformandola nella Casa del Jazz, non prima che il magistrato Alessandro Cannevale, avendo fatto delle indagini proprio su Nicoletti, ordinasse degli scavi perché sospettava che lì, proprio in quella tenuta, potesse trovarsi il cadavere del giudice Paolo Adinolfi, un integerrimo magistrato svanito nel nulla. 

Un’altra storiaccia sospesa, quella di Adinolfi. Comunque, Nicoletti ha detto più volte che il Cardinale Ugo Poletti era suo amico. Amico quanto? Una simile familiarità è biasimevole per un porporato di quel calibro. Ma le vie di certi rapporti sono infinite e non è certo questa l’unica cosa che adombra l’immagine di quello che, quantomeno sulla carta, dovrebbe essere un uomo retto. Integerrimo. 

Tutto qui? 

 No.

C’è un’altra chicca e la scrivo come se la dicessi: tutta d’un fiato. Nel 1972 il Cardinale Ugo Poletti scrive all’onorevole Giulio Andreotti, allora Presidente del Consiglio, per raccomandargli – come gli avevano chiesto degli amici, specifica di suo pugno - il generale di Corpo d’Armata, Raffaele Giudice, al Comando della Guardia di Finanza.

Il 3 agosto del 1972 l’onorevole Andreotti risponde per iscritto a sua volta, dicendo che si sarebbe prodigato per lui e questi “amici”. Nell’estate del 1974, quindi, Giudice viene nominato Generale Comandante della Guardia di Finanza. Si scoprirà poi che era un piduista. 

Come se non bastasse, nel settembre del 1978 l’agenzia OP di Carmine (Mino) Pecorelli scrive che il Cardinale Poletti, con altri 120 alti prelati, tra cui il famigerato Monsignor Paul Marcinkus, fa parte di una loggia massonica interna al Vaticano. Ricordiamo che la massoneria e l’appartenenza a sette segrete sono vietate dal diritto canonico. 

Ma queste sono facezie. In seguito all’articolo di Op, il neoeletto Papa Lucani prende informazioni circa l’attendibilità delle lista pubblicata e si confronta con il cardinale Pericle Felici. Questi gli conferma che una lista simile è circolata in Vaticano già nella primavera del 1976, ma a suo giudizio solo alcuni prelati citati erano effettivamente affiliati alla massoneria. 

È storia che Papa Lucani volesse poi rimuovere alcuni affiliati e che morì in circostanze che restano misteriose. Secondo la testimonianza del generale piduista Fulberto Lauro «alla Loggia P2 [aderiscono] anche cardinali e vescovi. Nel 1987 il piduista Pier Carpi tornerà a parlare dell’insediamento massonico fra le mura vaticane: 

«Si chiama Loggia Ecclesia ed è in contatto diretto con il Gran Maestro della Loggia Unita d’Inghilterra, il duca Michele di Kent. Opera in Vaticano dal 1971. Vi appartengono più di cento fra cardinali, vescovi e monsignori di curia» (cfr L’Europeo del 12 dicembre 1987). Ma torniamo più strettamente a Poletti, Andreotti e a Giudice. Nell’ottobre del 1980 esplode il cosiddetto “scandalo petroli” e viene arrestato anche il Comandante Raffaele Giudice con l’accusa di aver partecipato a una truffa allo Stato italiano di duemila miliardi di vecchie lire. 

L’anno dopo segue lo scandalo per Propaganda 2, la loggia massonica P2 di Licio Gelli. Nel dicembre del 1982 i magistrati di Torino che indagano sullo scandalo petroli interrogato il cardinale Poletti a San Giovanni in Laterano, quindi in territorio vaticano. I magistrati gli chiedono spiegazioni sulla raccomandazione che il cardinale ha caldeggiato ad Andreotti. Il prelato nega qualsiasi addebito e liquida i giudici in pochi minuti. Ma poi i magistrati, poco tempo dopo, riescono a entrare in possesso sia della inequivocabile lettera di raccomandazione di Poletti che della risposta di Andreotti. 

La notizia trapela sui giornali e il Vicariato si affretta a smentire l’esistenza di questo carteggio in una nota da toni indignati. S’indignano spesso in Vaticano. La smentita è una pubblica menzogna. Il 13 gennaio del 1983 i giudici tornano a Roma con le suddette carte. A quel punto, il porporato non può che ammetterne l’autenticità. Nonostante la pessima figura, l’operato indegno, la deplorevole pratica della raccomandazione e la pubblica menzogna, Poletti viene protetto dal Santo Subito Giovanni Paolo II e continua la sua carriera indisturbato. Due mesi dopo pubblica un libro intitolato “Fede e politica” contenente le sue omelie. 

La prefazione – ove mai qualcuno dubitasse ancora del loro legame – viene scritta proprio da Giulio Andreotti. Secondo il quotidiano L’Unità del 10 luglio 1997 (articolo a firma di Fabrizio Nicotra) «In particolare per quanto riguarda l’omicidio Pecorelli del 1979, la Procura di Perugia ha ipotizzato l’esistenza di contatti organici tra la Banda della Magliana, Cosa Nostra e ambienti politici romani che facevano capo a Giulio Andreotti e a Claudio Vitalone. Pecorelli, secondo le testimonianze di alcuni pentiti, fu ucciso da un commando di cui facevano parte uomini della Magliana e sicari di Cosa Nostra. 

A questo punto, i magistrati perugini potrebbero essere interessati a leggere il trasferimento della salma di Enrico De Pedis nella basilica di Sant’Apollinare alla luce dei legami che nel 1990 correvano tra Giulio Andreotti e il cardinale Ugo Poletti, eminenza grigia andreottiana in Vaticano. Gli stretti rapporti tra i due sono documentati da libri e da centinaia di carte depositate nell’archivio della Commissione Parlamentare P2. Cosa ci fa un criminale come De Pedis sepolto accanto a cardinali e martiri cristiani? Forse un favore di Poletti ad Andreotti, che nel 1990 era ancora l’uomo più potente d’Italia?». (vedi anche il libro “I mercanti del Vaticano”, pagina 103).

Questo, anche questo era il cardinale Poletti. Orbene, andare a manifestare davanti alla basilica di Sant’Apollinare per conoscere la verità sulla sparizione di Emanuela Orlandi, verità che in Vaticano non si può non sapere, e protestare per l’incredibile sepoltura di Enrico De Pedis in quel territorio sacro quale reazione può suscitare tra i porporati? Lo spostamento di una seggiola. 

Solo questo, pare… 

Si serra il portone della basilica e ci si gode poco più in là il concerto programmato. Accusare la Santa Sede di conoscere – e quindi nascondere - il segreto della scomparsa di Emanuela Orlandi è cosa fastidiosa assai. Magari fosse un sacrilegio, una di quelle robe che ti manda all’inferno. Almeno si avrebbe una qualche reazione. Invece no. Niente. Solo un po’ di fastidio. E per minimizzarlo, noncuranza a vagonate, sembra… 


Scrivo “sembra” perché mentre si spostavano seggiole per ostentare noncuranza, qualche pio uomo ha allertato la gendarmeria vaticana, cioè il corpo di polizia dello Stato Città del Vaticano, quello che, con le Guardie Svizzere, si occupa della sicurezza del Papa e dello Stato. L’immagine del gendarme è stata registrata dalle telecamere di Fiore De Rienzo, inviato della trasmissione “Chi l’ha visto?”, suscitando notevoli perplessità e, nell’immediato, un’interrogazione di Walter Veltroni al Ministro dell’Interno. 

L’onorevole ha chiesto al ministro Cancellieri «se la presenza dell’agente in borghese sia stata verificata dalle autorità italiane e, in questo caso, se non si ritenga improprio e pregiudizievole l’atteggiamento delle forze di sicurezza vaticane che avrebbero proceduto a identificare cittadini che manifestavano nel territorio italiano». Veltroni ha chiesto poi di sapere quale Autorità italiana abbia autorizzato la sepoltura di De Pedis specificando che 

«Secondo la normativa dell’epoca, art. 341 del Regio Decreto 1265 del 1934, la tumulazione di cadaveri in luoghi diversi dal cimitero poteva avvenire solo in base ad un decreto autorizzativo del ministro dell’Interno, decreto di cui non è stata mai accertata l’effettiva esistenza». 

Ma torniamo al gendarme. Perché mai, in incognito, ha partecipato a una manifestazione pacifica e ha immortalato i presenti? C’è gente che non si pente di nulla, che non conosce vergogna, ma inviare un informatore è un passo falso e se qualcuno nutriva ancora qualche dubbio sulla totale estraneità del Vaticano nell’affaire Orlandi, adesso è in seria difficoltà. Sabato scorso, in rappresentanza dei 55mila che hanno firmato la petizione promossa dalla famiglia Orlandi, in piazza Sant’Apollinare c’erano circa 500 persone che reclamavano verità per le sorti di Emanuela. 

Si vedevano ragazzine e nonne con la fascetta nei capelli, come quella che la 15enne aveva nella foto che venne scelta per i manifesti della sua scomparsa, e poi persone con candele, volantini, striscioni… Cinquecento persone non sono poi tante, non hanno il peso specifico nemmeno per provocare l’annullamento di un concerto: probabilmente è questo quel che ha voluto si pensasse quel pio uomo che ha dato ordine di spostare le seggiole di qualche metro e serrare il portone della basilica. 

Ma la verità è che cinquecento persone possono far paura e l’hanno fatta, altrimenti non sarebbe stato inviato un emissario. Dentro e fuori la Chiesa, c’è gente che si appropria delle altrui vittorie, degli altrui onori e si sente esentato da qualsiasi peccato, pure da quello originale. Lestofanti che conservano aplomb mentre sguinzagliano delatori. Ma se Dio c’è, sabato scorso era tra quella folla che abbracciava Pietro. Pietro Orlandi. 

Aveva gli occhi belli e tristi. Era ubriaco di abbracci, non sapeva a chi dare i resti, ma li dava. Li dava a tutti. A un certo punto mi ha stretto forte il braccio, ma proprio forte. 

E a lungo. 

E mentre lo faceva, ho realizzato che ne avevo proprio bisogno. Se lo ricorda che i documenti e le foto della sepoltura di De Pedis li ho mostrati io, per la prima volta. Un peccato originale che mi si vuole far scontare a tutti i costi… quella stretta lunga e forte mi serviva proprio.
  
Quei documenti autografati suscitarono grande clamore e grande stupore nell’opinione pubblica, dando inizio a tutta una serie di interventi sdegnati di autorevoli personalità e perfino l’imbarazzata presa di distanza dello stesso Vicariato di Roma espressa in un Comunicato stampa del 3 ottobre 2005: 

“Gli attuali responsabili del Vicariato, pur comprendendo che tale sepoltura possa sollevare notevoli perplessità, devono precisare di essere venuti a conoscenza di essa soltanto dopo la morte del Card. Ugo Poletti, che la autorizzò, di non possedere altre informazioni in merito, al di là dell’autorizzazione stessa e di un attestato di Mons. Pietro Vergari, allora Rettore della Basilica di S. Apollinare, già resi pubblici dai mezzi di informazione”. 

Dal canto suo, don Vergari non commenta. Sul suo sito ha scritto proprio così: No comment. 

È poliglotta, Vergari. 

Cinquecento persone non sono tante, non hanno il peso specifico per far sputare a chi di dovere un mea culpa o, quantomeno, un’indicazione verso Emanuela. Ma erano tutte molto belle, molto cariche, motivate. Anche per questo facevano paura. 

E, probabilmente, per questo venivano immortalate da un gendarme. Dentro il Vaticano è tutto un biasimevole spostar di seggiole e inviare guardie in incognito, ma fuori… fuori c’è speranza. 

E fede nei miracoli delle Procure.