Ecco perchè morì Mauro De Mauro e perchè è stato assolto Riina. Le motivazioni della sentenza.
Mauro De Mauro morì perché ''si era spinto troppo oltre nella sua ricerca della verità sulle ultime ore di Enrico Mattei in Sicilia''. È questa la pista scelta dai giudici della corte di assise per l'omicidio del giornalista, per il quale hanno assolto il capo dei capi Totò Riina.Nella motivazione della sentenza si dice dunque che il giornalista venne eliminato per le ''indagini'' fatte per conto del regista Rosi sul caso del presidente dell'Eni.
Nella corposissima motivazione di 2200 pagine tra le ipotesi fatte dall'accusa i giudici ''scelgono'', dunque, quella legata al lavoro sul viaggio in Sicilia del presidente dell'Eni, morto in un incidente aereo il 27 ottobre del 1962, commissionato a De Mauro dal regista Rosi.
De Mauro - scrive Angelo Pellino (estensore della motivazione) - ''era cioè giunto troppo vicino a scoprire la verità non soltanto sul sabotaggio dell'aereo, ipotesi della quale era stato del resto sempre convinto e che, se provata, avrebbe avuto effetti devastanti per i precari equilibri politici generali in un Paese attanagliato da fermenti eversivi e un quadro politico asfittico, incapace di dare risposte alle esigenze di rinnovamento della società e in alcune sue parti tentato da velleità di svolte autoritarie.Ma - proseguono - anche sull'identità dei mandanti, o almeno di uno di loro: Graziano Verzotto (ex dirigente dell'Eni, presidente dell'Ente Minerario Siciliano morto 2 anni fa n.d.r)''.

''A De Mauro, che in realtà orientava su altri i suoi sospetti, e ancora si fidava del presidente dell'Ente Minerario, - si legge nelle motivazioni - mancavano solo alcuni tasselli, alcune conferme; e le chiedeva proprio a Verzotto o le avrebbe chieste a D'Angelo (ex presidente della Regione siciliana, ndr) quando finalmente avesse avuto l'opportunità, e non poteva volerci molto, di un colloquio a quattr'occhi, cui non aveva affatto rinunziato''.
Verzotto ''non avrebbe potuto reggere ancora per molto il gioco sottile che lui stesso aveva innescato, cercando di orientare l'indagine di De Mauro nella direzione a sé più conveniente, a cominciare dall'individuazione dei probabili mandanti del complotto. E l'impossibilità di fornire al giornalista i chiarimenti o le conferme che questi gli chiedeva non avrebbe certo mancato di rendere sospetto il suo comportamento''.
Il lavoro di de Mauro per Rosi era quasi terminato: ''Nella sceneggiatura approntata, dovevano essere contenuti gli elementi salienti che riteneva di avere scoperto a conforto dell'ipotesi dell'attentato. Bisognava agire dunque al più presto, prima che quegli elementi venissero portati a conoscenza di Rosi e divenissero di pubblico dominio'

Secondo la corte il senatore Dc Graziano Verzotto avrebbe allertato i suoi referenti mafiosi come Stefano Bontade (nella foto). ''E si attiva, ma all'insegna della massima urgenza, il circuito delle deliberazioni che competono ai vertici dell'organizzazione mafiosa. - scrivono i giudici - E sono diversi i capi di Cosa Nostra interessati a impedire che si faccia luce sul mistero che avvolge la morte di Mattei (il primo delitto di Commissione, secondo il verbo di Buscetta), a cominciare proprio da Giuseppe Di Cristina e Stefano Bontade, già per loro conto allarmati dalle notizie circa contatti fra De Mauro e il deputato del Msi Angelo Nicosia che fanno temere che quel giornalista voglia tornare a ficcare il naso sul business dell'edilizia''.

Ma a volere morto De Mauro sarebbe stato anche un altro capomafia: Tano Badalamenti (nella foto) che, ''a prescindere dal suo coinvolgimento o meno nel complotto ai danni di Mattei, ha comunque un conto quasi personale in sospeso con De Mauro per via dell'impegno non solo giornalistico da lui profuso nella vicenda giudiziaria sfociata nella condanna all'ergastolo dei suoi parenti alcamensi, i Rimi''.
Secondo un rapporto del Sisde, riportato dai giudici, Verzotto sarebbe stato vicino ai Servizi segreti francesi interessati a scongiurare un'intesa tra Mattei e l'Algeria che avrebbe fatto venir meno il monopolio del Paese d'oltralpe nella ricerca degli idrocarburi. L'accordo non sarebbe stato gradito nemmeno dalle Sette Sorelle, le più importanti compagnie petrolifere dell'epoca. I Servizi francesi avrebbero avvicinato Verzotto, dirigente dell'Eni per convincerlo a fermare Mattei. Verzotto avrebbe avuto in cambio la riconoscenza degli 007 d'Oltralpe.