----------------------- La Mala del Brenta. Storia di crimini e criminali nel profondo nord (prima parte) | Notte Criminale

La Mala del Brenta. Storia di crimini e criminali nel profondo nord (prima parte)

di Alessandro Ambrosini

E’ l’anno 1975. Da Londra i Sex Pistols fanno ballare il resto del mondo.

Il punk spopola anche nella moda di Vivienne Westwood e il suo negozio Sex.

L’America sta rovinosamente ritirandosi dal Vietnam.

In Italia il clima politico e’ rovente. La strategia della tensione, che contrappone i giovani di destra e  di sinistra, continua a insanguinare l’asfalto delle strade.

Alla radio spopola Alto Gradimento con Arbore e Boncompagni e il tormentone dell’estate italiana è  Piange il telefono di Domenico Modugno mentre, la Juventus, può cucirsi il sedicesimo scudetto sulla maglia.

 

Nel 1975  il clan dei Marsigliesi calca la parabola discendente della sua storia criminale mentre a Roma, si affacciano delle batterie di ladri e rapinatori che in seguito, saranno conosciuti come la Banda della Magliana.

La mafia vive la sua seconda guerra interna. A dettare legge sono i Corleonesi di Totò Riina.Lo Stato, risponde mandando in soggiorno obbligato alcuni boss di Cosa Nostra: Contorno, Badalamenti, Madonia, Fidanzati. Nomi importanti e  inquietanti che avranno un ruolo fondamentale nel contagiare i piccoli paesi del Nord, dove la criminalità esiste ma in forme banditesche e di microcrimine.

 

In quegli anni il Veneto, inconsapevolmente, sta creando le basi per diventare uno dei cuori pulsanti dell’economia italiana. I paesaggi rurali e la povertà che attanagliava la gente della pianura padana sta iniziando a scomparire dietro le piccole fabbriche che crescono in continuazione.  Il boom economico sta arrivando e di conseguenza le aspettative di chi la legge la calpesta per tradizione.

 Tra quelle pianure, c’è una terra di Mezzo che divide Padova da Venezia. C’è un territorio fatto di distese di campi coltivati, stradine sterrate lungo gli argini dei fiumi e paesini di agricoltori, piccoli commercianti, allevatori e ladri. C’è Campolongo Maggiore.

 

E c’è un gruppo di ragazzi dalla testa calda che sogna macchine potenti, vestiti costosi, belle donne e champagne. Amano i soldi facili e la vita bella. Sono ladri di basso rango, rubano forme di formaggio che rivendono ai commercianti di zona, ma come per il territorio in cui vivono, la voglia di emergere e di  guadagnare è tanta.

 

Hanno soprannomi diversi dalle batterie romane, sono Caruso, Chessmann, Marietto, Kociss. Nomi che troveranno un ruolo nella pagina della storia di quei paesi.


A guidarli c’è un giovane dai tratti somatici angelici.  Lo chiamano Feli o Felix. Sulla carta d’identità è Felice Maniero, quello che diventerà il boss della Mala del Brenta.

Il suo viso dolce e sorridente, la sua bella “faccia d’angelo”, cela la sua efferatezza.

 L’intraprendenza è acquisita e sviluppata dai racconti di banditi come quelli del padre Ottorino e dello zio Renato, detto “Mena”. Ma se i tempi del banditismo cambiano, cambiano anche le aspettative. Così se a 15 anni il capo della mala del Brenta fantastica e brama di poter sparare un colpo da quella pistola che il padre fa suonare tra i campi, a 20 anni ha già tutto ciò che un uomo, dopo una vita di lavoro, vorrebbe avere: soldi, donne e auto di lusso.

 Come la sua Ferrari, l’unica a sfrecciare tra i campi di mais di Campolongo Maggiore. Maniero a scuola non eccelle ma brilla in arte e musica. Per questo, l’artista dei furti impossibili, definisce le rapine «un atto creativo applicato al crimine».

 

Ma “Felicetto” non è Arsenio Lupin, non è un ladro gentiluomo. 

Per compiere questi atti creativi, “arruola” i suoi amici più fidati e gli amici degli amici. Quelli con cui si ritrova al Bar Tre Spade, o da “Giulio”, una trattoria dentro le stradine a Campolongo Maggiore dove si mangia pesce e si gioca a poker o a chemin de fer.

Nessuno di loro sa ancora che diventeranno i soldati del più grosso esercito criminale che occupò il Nord-est.

 E un esercito che, anche all’inizio della sua storia, deve segnare il territorio, deve essere “coperto”, amato, temuto e il boss lo sa. In un territorio dove lo Stato è rappresentato da due Carabinieri, per decine di chilometri, la partita è impari. Ma il fenomeno è sottovalutato all’inizio: tra formaggi e salumi rubati sono considerati più ladri di polli che altro.

 

Il tempo scorre veloce e Maniero lo sa. La “febbre gialla” che si misura in carati nel Veneto contagia tutti e Vicenza, dove i laboratori che lo lavorano si moltiplicano, è una cassaforte piena d’oro per gli uomini della Mala. Saranno centinaia le rapine nelle piccole aziende orafe e saranno molte anche quelle organizzate dalle stesse, insieme ai malviventi, per truffare le assicurazioni. 

E’ un mondo in chiaroscuro quello degli orafi in quegl’anni. Non erano solo un “boccone succulento” per i ragazzi della Riviera ma erano anche i riciclatori di ciò che veniva rubato. Rubare e fondere in lingotti è il modo migliore per non avere problemi e per alcuni orafi comprarli a prezzo inferiore e non passare per il fisco è un grande affare.


Girano i soldi nelle tasche dei “tosi” della Riviera. Entrano ed escono in gran quantità: in auto, in vestiti e nei locali. 

Come al Muretto a Jesolo o al Don Pablo, un disco pub che diventa un luogo dove stappare Magnum di champagne e dare mance sostanziose, anche per un secchiello d’acqua per il radiatore della macchina. Fu pagato da “Caruso” Sorgato 5 mila lire dell’epoca. 

E’ lì che viene distrutta una Ferrari blu di Felix per mano di Sergio Baron

Ma tutto ciò non bastava, era solo l’inizio.




Il nome di Maniero inizia a circolare sovente negli ambienti della mala veneta. I ragazzi in Armani iniziano ad avere un peso specifico nel mondo del crimine. 

Ma non è ancora  così temuto, non è ancora indiscusso in tutti gli ambienti criminali. E la cosa si palesa una notte a Padova, durante una partita a poker in una bisca in Via San Fermo.

Felix perde forte quella sera: 70 milioni. 

Gira tutto storto in quella bisca al secondo piano, in pieno centro storico. Ma lui è un giocatore vero e le sconfitte al tavolo verde le accetta di buon grado. 

Il giorno dopo mentre con gli altri amici è al bar Tre Spade arriva un ragazzo del suo “giro”. Racconta che nell’ambiente si ride della sconfitta della sera prima, una sconfitta col “trucco”. 


Non ci pensa due volte Maniero, con alcuni dei suoi fidati torna in Via San Fermo e massacrano i gestori della bisca che avevano organizzato la partita truccata. 

Si riprende i soldi e da quel momento il gioco d’azzardo in terra ferma sarà sotto il suo controllo. 

Sull’argomento disse: «da allora, tutte le volte che i biscazzieri padovani e dell’intera Riviera del Brenta volevano aprire un nuovo “tavolo” dovevano passare prima da me a chiedere l’autorizzazione. Naturalmente previo pagamento di una quota che io stesso quantificavo sulla base di una serie di valutazioni. Consideravo il posto, la qualità della clientela, il giro d’affari potenziale, i rischi e soprattutto i rapporti fra i gestori e il sottoscritto. A ventiquattro anni controllavo l’intero business del gioco d’azzardo che si era diffuso a macchia d’olio da Venezia a Padova».

Ma nel gioco d’azzardo la fonte di guadagno non è solo nell’essere “banco” e questo Maniero lo sa bene. C’era una sorta di casta nei Casinò, degli intoccabili che guadagnavano cifre altissime senza rischiare molto: i cambisti.


Sono stati un'istituzione per anni nei Casinò della Laguna. Cambiavano assegni ai giocatori che avevano finito la liquidità al tasso del 10% giornaliero. 

Oggi li chiameremo strozzini, cravattai, usurai, ma per molto tempo sono stati trattati con rispetto anche dai casinò stessi. Davanti all’entrata posteriore di Ca’ Vendramin avevano il loro ufficio e la loro cassaforte (nella foto ). Aspettavano fiduciosi, come iene davanti all’animale moribondo. Erano sempre pronti a dare un sostegno ai giocatori, un sostegno che si trasformava in rovina.  

Da tempo Felix provava a convincere, a comprare, a persuadere i cambisti del Casinò Municipale di Cà Vendramin. Ma senza risultati definitivi, certi. Una parte di loro aveva accettato per paura mentre altri erano pronti a sfidare quello che si apprestava a diventare il nuovo Doge della laguna.

Era il 10 Ottobre 1980, quando dal Canal Grande arrivano dei “lancioni” con a bordo dei personaggi eleganti ma troppo esuberanti e decisi: sicuramente sopra le righe, in tutti i sensi. L’acqua è scura nel canale che costeggia il Casinò ed è lì che si infilano per entrare in scena.

Sono Felice Maniero, Mario Pandolfo, Antonino Duca, Gaetano Fidanzati, Ottavio Andrioli e Sandro Radetich

El Guapo (Radetich) si nascose, perché troppo conosciuto a Venezia, e appena gli altri arrivarono nel cortile del Casinò scoppiò il putiferio. 

Lì ebbe inizio la Notte dei Cambisti.

Mentre la gente parlava dell’ultima giocata fatta e i cambisti erano in attesa di proporre qualche “affare” ecco arrivare questo gruppo di persone che estrae le pistole e inizia a rincorrere i cambiavaluta abusivi. 

Si conoscono bene entrambi ed entrambi sanno che non sono scesi in laguna per parlare. 

Alcuni vengono pestati a sangue e lasciati sui pietroni della strada, qualcuno degli aggressori spara qualche colpo per incutere ulteriore paura, qualcuno resiste ma la violenza lascia poco spazio alla difesa. 

Pochi minuti e gli uomini arrivati dal Canal Grande spariscono.

 Prima di lasciare il casinò sparano alla porta e lanciano la pistola in acqua. Non c’è un modo più convincente per conquistare anche l’ultimo fortino che trattava il gioco d’azzardo. 

Dopo le bische, il totonero e gli ippodromi anche l’ultimo baluard era caduto nelle mani del nuovo Doge del Veneto. 


( continua qui )







Si ringrazia History Channel per il contributo video
Si ringrazia Monica Zornetta e Danilo Guerretta per la foto segnaletica di Felice Maniero